domenica 6 dicembre 2009

Poste.it - Hai vinto una ricarica doppia ( giampatic.chio@blogger.com )

Gentile giampatic.chio@blogger.com,

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sabato 27 giugno 2009

Fwd: Aperitivo-concerto allo Zen cafè di Castelfidardo:Tribraco live (1 luglio, h 19)

ZEN
CAFE'
Porta Marina
Castelfidardo (An)
 
presenta
 
mercoledi 1 luglio '09, ore 19
l'aperitivo d'autore
 
Tribraco
(da Roma)
in concerto
 
Una delle esperienze più interessanti del nuovo jazz-rock italiano. Cracking The Whip è il suo album d'esordio, prodotto da Megasound (www.lastfm.it) 
 
Si tratta di 4 funambolici e creativi musicisti jazz fusion psicotico, votati all'improvvisazione pura, senza barriere e limiti stilistici (www.shapelesszine.com)
 
 
preascolta su

 
 

lunedì 25 maggio 2009



ci siamo trasferiti sul sito

mercoledì 20 maggio 2009

Fwd: dom 24/5/09:aperitivo-concerto di chiusura al Soppalco

SopPalco

centro culturale

via Aldo Moro, 6 - zona industriale Cerretano
(vicino al c. commerciale OASI)
Castelfidardo (AN)


Domenica 24 Maggio dalle ore 19,30


Aperitivo-concerto di chiusura della rassegna 2009,ODISSEA SUL SOPPALCO!!!


GUIGNOL
(da Milano)

+

frenki frenki


info gruppo: www.guignol.it
www.myspace.com/guignolband


Aperitivo + Concerto  6 euro




LINK alla MAPPA per arrivare al SopPalco
http://maps.google.com/maps?f=q&hl=en&q=Via+Pio+La+Torre%2C+6%2C+Castelfidardo%2C+Italy





per tutte le info:
320-9282066 / 329-1018885
www.teatroterradinessuno.it
giampatic@gmail.com



MEDIA PARTNER


WWW.MUSICCLUB.IT
www.myspace.com/musicclub

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mercoledì 13 maggio 2009

Tempo di traslochi

Il blog si è trasferito su:

www.giampatic.net



lunedì 11 maggio 2009

Prendiamo Guantanamo

di Giampaolo Paticchio

Allargo lo sguardo oltre il mio giardino di casa, oltre la sagoma della mia città, oltre la terraferma, oltre il Mediterraneo e il canale di Sicilia con le sue motovedette italiane di ritorno dalle coste libiche, dove è appena stato scaricato al mittente, per il macero, l’ultimo carico di rifiuti umani, clandestini o potenziali rifugiati che fossero, per accorgermi che lo skyline non cambia nemmeno oltre il mio orizzonte più immediato. Lo scenario del diritto umano resta desolante anche nel mondo nuovo di Obama, il cui avvento messianico -si favoleggiava- avrebbe ripulito e ricostruito tutte le macerie di quell’ecatombe dell’umanità e della democrazia che è stata l’era Bush. No, il mondo non è cambiato e non cambierà nell’immediato, anche e soprattutto perchè, al di là dei soprusi del potere, tanto reiterati e inflazionati da non risultarci più mostruosi, anche e soprattutto perchè ciò che prima scandalizzava e prostrava la nostra coscienza di esseri umani, oggi non la scandalizza e non la scalfisce quasi più.

Prendiamo Guantanamo. Questo nome evoca ormai, nella coscienza collettiva, lo scientifico rovesciamento del garantismo, cardine degli ordinamenti giudiziari delle democrazie; da Guantanamo in poi non vale più il principio che si è innocenti fino a prova contraria, piuttosto che si è colpevoli fino a prova contraria.

Da quando il nuovo leader americano, dall’alto del suo carisma morale e della sua simbolica posizione di riscatto delle minoranze, ne ha annunciato la chiusura, già prima di essere effettivamente eletto, sono passati molti mesi; a tutt’oggi, secondo l’ufficioso elenco del New York Times, nel carcere simbolo dell’illiberalità della più liberale democrazia del mondo, sono rinchiusi ancora circa 250 prigionieri, 250 esseri umani prelevati violentemente dalle loro case e famiglie sparse per il pianeta qualche anno fa, senza nessun diritto e giustificazione, e privati da lungo tempo di ogni possibilità di vivere la propria vita. Privati della normalità. Sulla maggior parte di essi e degli altri circa 500 detenuti già liberati o trasferiti, come l’amministrazione americana ha sempre ammesso senza la necessaria vergogna, non pende nessun capo d’imputazione. Su di essi pende, come la ghigliottina di un boia che non sopporta consigli nè obiezioni, solo il sospetto di potenziale nocività per gli interessi degli americani, specie umana privilegiata contro la cui superiorità della razza è passibile di pena persino il cattivo pensiero. La gente reclusa a Guantanamo odia gli USA. Per questo è pericolosa a priori. Se questo principio fosse applicato universalmente ci sarebbe bisogno di una Guantanamo con milioni, forse qualche miliardo di celle. Un megapenitenziario grande quanto un continente, per tutti gli invidiosi dell’America che si annidano insidiosi in ogni dove. Come se il risentimento degli abitanti di mezzo mondo nei confronti degli Stati Uniti fosse solo l’effetto di una malsana e irrazionale e malcelata invidia per il popolo eletto e non la risultante di più di mezzo secolo di politiche estere invasive, cruente e imperiali, di presidenti, di amministrazioni e di lobbies con la manìa del dominio e del controllo globale, con la missione della riduzione del mondo a colonia del proprio impero, con le buone o con le cattive. E ora arriva Obama, questo nero con la faccia da bravo ragazzo, questo uomo di buona volontà con un linguaggio da messianica guida spirituale, a svegliarci dall’incubo, a ripristinare il diritto universale, a portarci la lieta novella della chiusura di Guantanamo, ad annunciare la definitiva cancellazione della cancellazione della democrazia e della legalità. Ma; c’è un ma. Chiudere Guantanamo si, ma con calma, comunque non prima di avere sbrigato delle faccende. Non prima di aver deciso (il governo americano, non le vittime) dove andranno a finire gli ex (illeggittimamente) detenuti. Non prima di aver preso accordi con i paesi di provenienza. Non prima di aver dato fiato ai tromboni della propaganda. Non prima di aver oliato a dovere gli arrugginiti ingranaggi della diplomazia internazionale. Non prima di essersi assicurati che la riapertura delle gabbie non si ritorca contro gli stessi americani. Obama il buono sembra dire: ieri abbiamo sbagliato, da oggi in poi non lo faremo più. E invece ci sta dicendo: ieri abbiamo violato la legge e i diritti umani, domani non lo faremo più, ma per oggi continuiamo a violarli. Come se riconoscere il valore dei diritti umani non ne implicasse l’immediato ripristino. Come se denunciata l’ingiustizia e la mostruosità di un atto non ne dovessero essere disinnescate e annientate, all’istante, tutte le conseguenze. E invece sembra proprio di no: la legalità può attendere, i diritti umani pure. Gli interessi americani vengono prima di tutto, Dio compreso. L’unica prerogativa concessa al Padreterno è quella della benedizione, comunque vada. God bless America, in ogni caso. Mi metto nei panni di Dio e provo un insostenibile imbarazzo al solo pensiero di essere invocato per benedire, dire bene, di Guantanamo e di molto altro.

Ma il peggio devo ancora scriverlo.

Perchè il peggio è che Guantanamo ha fatto scuola nella nostra coscienza di persone, ormai assuefatta al sopruso su noi stessi e sugli altri e quasi definitivamente immune da qualsiasi senso dell’inaccettabile. Quella prigione maledetta, simbolicamente al centro del nostro mondo occidentale civilizzato e terrorizzato, non solo ha scavato una breccia profonda nell’intero corpus del diritto internazionale, non solo ha aperto una ferita putrescente nella civiltà dei diritti della persona, ma ha provocato una deflagrazione inaudita nel nostro corpo e nella nostra anima di umani del XXI secolo, di specie in evoluzione. Mi è capitato qualche giorno fa, come studente di un corso di Diritto Internazionale, di sentirmi dire che ci vuole tempo per ripristinare il diritto, che gli aspetti problematici aperti da questa vicenda non sono facilmente e velocemente risolvibili. Che la diplomazia necessita dei suoi tempi. Che ci vorrà ancora un poco prima di poter liberare definitivamente i detenuti senza capi d’imputazione a carico. Ho chiesto alla mia insegnante se la penserebbe allo stesso modo nel caso a Guantanamo ci fosse stata rinchiusa lei. Le ho chiesto se fosse stato mai possibile accettare, da vittima riconosciuta, poter sopportare la detenzione e il sopruso un giorno di più, un minuto di più, un istante di più. Ma ne lei e ne io siamo mai stati prigionieri a Guantanamo e dunque potevamo prenderci il lusso di quisquiliare sul mese di più o sul mese di meno di prigionia. Visto, dunque, che questo lusso ci è in qualche modo concesso, serva almeno per riconoscere che il posto che nella nostra coscienza era sacralmente riservato allo sdegno sacrosanto per l’inumano, per l’ingiusto, per il bestiale, oggi è -nemmeno tanto abusivamente- occupato da una razionalizzata e subliminale accettazione dello stato delle cose, anche quando esse confliggono con il senso profondo del nostro esistere. C’è ancora qualcosa che ci indigna? C’è ancora qualcosa che ci offende? C’è ancora qualcosa che ci scuota e ci mobiliti?

Abbiamo dunque preso ad esempio il famigerato penitenziario che padossalmente sorge sull’isola di Cuba, nemica per antonomasia dell’impero statunitense, per dimostrare che il lupo americano perde il pelo e magari ulula più dolcemente, ma il vizio del dominio assoluto non lo ha perso mai. E per riconoscere amaramente che quel vizio anche per noi è ormai parte dell’orizzonte accettabile della vita, del dato di fatto inoppugnabile e interiorizzato. Ma avremmo avuto a disposizione molti altri esempi.

Vogliamo prendere Balabolok?


Giampaolo Paticchio



Postum scriptum: Balabolok è il nome del villaggio afghano dove pochi giorni fa, in piena era Obama e a guerra ufficialmente conclusa, si è consumata ad opera di un raid aereo statunitense l’ennesima strage con circa 120 civili morti(uomini, donne, bambini), una delle più cruente dall’inizio dell’intervento militare di Bush del 2001.

giovedì 7 maggio 2009

Sindrome Comune è diventato un cortometraggio


Lavorare con Antonio Rezza, Flavia Mastrella e tutti i ragazzi della troupe spontanea costituitasi come GRUPPO QUARANTENA è stata un'esperienza micidiale, spossante, frenetica, devastante. In definitiva meravigliosa.

Tutta la fatica e la soddisfazione mi si sono accumulate sull'osso sacro e dal giorno successivo alla fine di Paesaggi Umani 09, il nostro (posso dirlo?) anomalo festival, non ho più potuto deambulare come una persona nel pieno possesso delle sue facoltà motorie. Piegato in due come un vecchio giunco vago per la casa di mattoni nel tentativo (fisico) di mettere ordine (mental/emotivo) alla memoria iperdensa dei 3 giorni di laboratorio, anche detto Sindrome Comune.

Come in una specie di miracolo collettivo l'intero gruppo di 35 persone è riuscito, sotto le micidiali cure e i trucidi insegnamenti di Antonio e Flavia, a trasformare quello che l'anno scorso avevamo chiamato un esperimento di videocrazia collettiva, ovvero il lavoro di riprese e di interviste sul territorio della scorsa edizione dei Paesaggi, in una vera e propria produzione filmica, con tutti i crismi che una buona produzione richiede, dal superlativo montaggio, alle musiche originali, al discreto audio, fino a un eloquente backstage. Al punto che neanche il Rezza e la Mastrella, così attenti alla qualità e alla forma dei loro lavori, hanno potuto evitare di apporre la loro firma in calce al lavoro finito.


Lo scorso anno il GRUPPO QUARANTENA infatti si era mosso all’unisono per 3 giorni sotto le direttive dei due performers, spostandosi come un'abnorme troupe televisiva e seminando il panico tra gli abitanti di Monteleone di Fermo e di Servigliano, minuscoli comuni della provincia di Ascoli; alternando fasi teorico-riflessive di preparazione ad azioni di tipo video-documentario, alla ricerca di volti, di gesti e di voci che, nel loro ambiente urbano e naturale quotidiano, il collettivo intendeva raccontare i “paesaggi umani” di quei luoghi, da catturare con l’aiuto della tecnologia e da reinterpretare. L’incontro con gli elementi umani del paesaggio, con le loro reazioni e con le loro storie si era rivelato più dinamico e dialettico del previsto.Ognuno dei partecipanti, attrezzato a secondo del ruolo scelto (produttori, segretari di produzione, intervistatori, tecnici di ripresa audio-video, fotografi, operatori del backstage, montatori) faceva la sua parte nella numerosa equipe che, via via, avvicinava, coinvolgeva, intervistava e riprendeva le persone del luogo, colte (anche “di sorpresa”, soprattutto per una troupe così numerosa) nei loro ambienti e nelle loro occupazioni quotidiane, con un’attenzione particolare nel lasciar emergere, oltre le convenzioni e il condizionamento del medium tecnologico, le emozioni più autentiche e significative delle persone. Tutto il gruppo aveva così dato il suo contributo per la costituzione di un archivio di circa 14/15 ore di girato (interviste o interviste “mute”, sedute teoriche e backstage) e di migliaia di foto, che hanno costituito la base per il lavoro di post-produzione concluso tra l'1 e il 3 maggio di quest'anno.

Questa volta i quarantenati, segregati da Antonio e Flavia nel buio di un cantinone sotto la casa di mattoni, la comunità di Monteleone, hanno lavorato senza sosta, senza ristoro e senza sonno alla selezione delle immagini, al montaggio, all'audio, all'extrage e alle musiche, pur di arrivare alla festa di chiusura con la loro Sindrome Comune pronta per la prima visione.

Così Sindrome Comune è diventato un film.

Che a breve, speriamo molto a breve, presenteremo al pubblico e cercheremo con ogni mezzo di diffondere. Perchè è un opera che parla di singole persone, talvolta di solitudini, dal punto di vista di una collettività, nella tensione spasmodica al cambiamento. Nella volontà di un "ripristino immediato" dell'incontro, della condivisione, della comunità. Che la Sindrome Comune dilaghi presto in epidemia.

Finire il cortometraggio è stato una gran felicità. Una gran fatica. Lo sa bene la mia schiena.

Giampaolo Paticchio

mercoledì 6 maggio 2009

venerdì 1 maggio 2009: Una Sera in 4 Clic (grazie ayres)

Finalmente sono andato al Soppalco. Si tratta di un locale ricavato sopra un capannone di una fabbrica nel distretto industriale di Castelfidardo. Un luogo che mi ha fato pensare alla Berlino di Kreuzberg degli anni 80'. Un teatro-bar-cabaret-musiclub comunitario.Giampa riceveva gli invitati con un sorriso acceso e un colpo di sciabola luminosa. Presentava le persone, una all'altra, fornendo e inventando delle informazioni che servivano di anelli di una installazione di relazioni umane che lui creava come se fosse una performance.E così Giampa mi ha fatto conoscere Vincenzo Di Maio, un attore-scrittore-ricercatore del teatro che era al Soppalco con sua compagna e i loro figlio di pochi mesi. Ho parlato del laboratorio di Paolo Puppa a Loreto e Vincenzo si è voluto iscrivere immediatamente.Eravamo tutti al Soppalco per vedere Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Gente di teatro-cinema-video-performance e soprattutto gente di strada. Intervista sui video, video di interviste, una notte favolosa. Dovete per forza andare a vedere Antonio Rezza e Flavia Mastrella al Parco delle Rimembranze di Grottamare il Primo Maggio alle 17.30. Ingresso gratuito!
Pubblicato da Ayres Marques Pinto su oltreleparolelaboratori.blogspot.com

lunedì 27 aprile 2009

Rezza -Mastrella al Soppalco-Organizzato per voi (per me!)

sabato 18 aprile 2009

DeLillo: L'UOMO CHE CADE - dal Guardian del 26 maggio 2007.

[Privato di qualunque attenzione critica di spessore, Falling Man di DeLillo è passato quasi inosservato. Non esiste in stampa, di fatto, un ragionamento all'altezza né dello scrittore né del testo, la cui apparente "delusività" è un elemento che indurrebbe a riflessioni profonde, ma che finora ha guadagnato al grande autore americano un discredito abbastanza comico da Body Art in poi. Non si tratta di un vizio italiano - è a emblema che riproduco qui la sapiente stroncatura comminata a DeLillo dal collega Toby Litt, memorabile autore dell'indimenticato Hospital. gg]

L'uomo che cade è il romanzo di Don DeLillo sull’11 settembre. I lettori lo hanno atteso con ansia. Con la sua intuizione che, attualmente, sono i terroristi, in luogo degli artisti, a comunicare direttamente con l’inconscio collettivo, DeLillo, tra tutti gli artisti, è colui che più si è avvicinato a prefigurare, se non a predire con esattezza, gli attacchi su Washington e New York. E così è capitato che, perfino mentre si ricevevano le prime notizie di quegli attacchi, il nome di DeLillo fosse il primo ad affacciarsi – così come quello di J.G. Ballard quando si conobbero gli estremi della morte della principessa Diana.Come ha DeLillo affrontato l’impresa? Si direbbe: in maniera mediocre.
Non c’è il minimo tentativo di redigere un nuovo Grande Libro come Underworld. Piuttosto, al modo dei suoi due romanzi precedenti e cioè Body Art e Cosmopolis, L’uomo che cade risulta ambizioso nella prospettiva ma non nello esiti raggiunti. E’ un romanzo scrupolosamente intimistico e coniugale, costantemente sottotono. Se una scena può essere rappresentata in retrospettiva, non c’è dubbio che venga scritta; se il comparto drammatico può essere sottratto anticipatamente, non c’è dubbio che venga levato. Il che è un vecchio trucco desunto dal teatro di Shakespeare. Ovviamente, il pubblico elisabettiano sapeva alla perfezione quanto fosse stata vittoriosa l'impresa di Enrico V al momento della conquista della Francia. L’esito, per quegli spettatori, non era mai messo in dubbio. Motivo per cui, al fine di affrontare una simile situazione, Shakespeare adotta l’espediente del Coro che dice: “Guardate bene: ecco ciò che non avete visto – le motivazioni, il dietro le quinte. Conoscete il cosa; eccovi il perché”.Ciò che L’uomo che cade afferma al suo pubblico in maniera implicita è parecchio simile: “Ok, abbiamo tutti visto lo stesso accadimento, la medesima ripetizione ciclica in replay di impatto ed esplosione. Ma il mio lavoro sono le le parole, ed ecco che io trasmuto il mio atto di vedere in un atto di comunicazione linguistica”. Al suo meglio, DeLillo è uno dei massimi osservatori e traduttori di visione in lingua del nostro tempo.Il romanzo incomincia dopo che la prima Torre, quella Sud, è già collassata su se stessa. Un uomo qualunque e senza nome, che in seguito sapremo chiamarsi Keith Neudecker, stava lavorando nell’edificio quando il primo aeroplano ha impattato. E’ riuscito a uscirne vivo, portandosi dietro una ventiquattrore che appartiene a uno sconosciuto. Ecco DeLillo che descrive Keith ricordare la discesa per le scale. Attenti alle tre parole finali per ottenere la ricompensa:
“Qui è dove bottiglie d’acqua venivano passate da qualche parte sotto, e anche le bibite, e certa gente riusciva anche a scherzarci: i trader d’assalto.”Gran descrizione: sembra di essere proprio sul posto. E c'è di più, poiché DeLillo sa anche ascoltare benissimo. Questa è la descrizione di un momento a cui tutti noi abbiamo tentato di dare forma:
“Sentì il suono del secondo crollo, o lo avvertì nel tremore dell’aria, la Torre Nord che veniva giù, un sollevarsi ovattato di voci paurose e distanti.”
Dubito si possa fare di meglio.Dopo la catastrofica apertura del romanzo, tutto il resto è all’incirca soltanto questo: le conseguenze. Sebbene ferito, Keith non va in ospedale, ma a casa della donna da cui ha divorziato, Lianne. In capitoli appropriatamente intercalati, seguiamo le vicissitudini di entrambi, avanti e indietro nel tempo. Keith riporta la ventiquattrore alla legittima proprietaria, Florence, anche lei di stanza alla Torre Sud. Comincia tra loro una specie di mezza storia. Lianne frequenta un gruppo di supporto per malati di Alzheimer. Insieme, tutti ripetutamente richiamano alla mente gli eventi del passato. I capitoli possono pur venire frammentati, ma i temi si avvicinano e si intrecciano fin troppo nitidamente.DeLillo è uno scrittore celebre per le sue scene: l’Airborne Toxic Event di Rumore bianco, il matrimonio dei seguaci del Reverendo Moon in Mao II e la partita tra Giants e Dodgers in Underworld. Momenti che portano all’apice la sua scrittura. Direi quasi che DeLillo creda che il mondo evolva per scene. E però la quasi totalità de L’uomo che cade sembra un goffo tentativo di evitare la trasformazione dell’11 settembre in una grande scena – quasi che, se si facesse così, il risultato sarebbe di cattivo gusto. Alla fine, tuttavia e grazie a dio, DeLillo soccombe.Le tre sezioni principali con protagonisti Keith e Lianne hanno tutte una breve coda. Queste appendici concentrano lo sguardo su Hammad, uno dei dirottatori del primo boeing. Lo seguiamo mentre si avvicina progressivamente al punto di impatto. Qui la prosa, ritmica e dinamica, contrasta al massimo con gli snervanti passaggi descrittivi della scomparsa di Keith nel mondo dei giocatori di azzardo e con i dialoghi da conte philosophique tra Lianne, sua madre e il di lei compagno.Nonostante ciò, gli attentatori dell’11 settembre secondo DeLillo paiono una debole eco delle bande che l’autore aveva descritto nella sua passata produzione narrativa – e soprattutto dei seguaci di Moon in Mao II, compressi nei loro furgoni a intensificare ossessivamente la loro fede monodirezionale.
“Guardarono dalle finestre e videro i volti di tutti i caduti. La visione completava il loro attaccamento al vero unico padre. Tutti a pregare tutta la notte, a volte, salmodiando, levando lamenti, sollevandosi dalle posture di preghiera, supplici che mormoravano amorose preghiere al Signore, oh!, Ti prego, oh!, sì...”Ecco Hammad che empatizza allo stesso modo dei miscredenti, allo stesso modo sottoposto a visione:
“Questa vita, tutta, questo mondo di distese digradanti verso le acque e hardware stipato in scaffalature senza fine, era una totale sempiterna illusione. Nel campo d’addestramento, in quella piana ventosa, erano stati trasformati in uomini. Avevano sparato con armi e avevano fatto detonare esplosivi. Erano stati istruiti alla Grande Guerra Santa, che consiste nel fare scorrere il sangue, il proprio e l’altrui sangue”. Si riscontra qui una caduta stilistica totale. Solo pochi anni fa, le armi di DeLillo non avrebbero semplicemente “sparato” né i suoi esplosivi sarebbero stati fatti banalmente “detonare”. Questa non è la visione che parla: questa è la ripetizione pura e semplice. Poiché la verità vera è che il suo grande libro sull’11 settembre, DeLillo, l’aveva già scritto ed era Mao II – parecchio tempo prima della data specifica degli attentati e che l’evento predetto si realizzasse.

grazie a Carmilla on line